Ormai dovremmo esserci abituati, e invece no. L’ennesima bomba è stata sganciata, e stavolta fa davvero male: Nintendo ha annunciato il prezzo di lancio di alcuni dei suoi prossimi giochi per la nuova generazione.
In occasione del Direct dello scorso 2 aprile, il colosso di Kyoto ha deciso di rincarare la dose, proponendo Mario Kart World (e non solo) a 90 euro in versione fisica. 80 per la digitale, perché lo sconto della "copia fantasma" non può mancare.
La reazione? Un misto di indignazione, rassegnazione e, come sempre, difesa a spada tratta da parte degli irriducibili. Ma proviamo a ragionare: questa scelta ha senso? O Nintendo ha deciso di vedere fin dove può spingersi prima che qualcuno dica basta?
La normalizzazione del caro giochi
Che i videogiochi costino sempre di più è un dato di fatto. Sony e Microsoft hanno già fissato gli 80 euro come nuovo standard per i titoli tripla A, e Nintendo si è accodata con il suo classico tocco di "unicità": invece di allinearsi, ha deciso di rincarare ulteriormente la dose.
La giustificazione? Nessuna, perché tanto non serve. Sappiamo già come funziona il mercato della Grande N: i suoi giochi mantengono il prezzo per anni, senza sconti significativi, e il valore percepito dal pubblico è incredibilmente alto. Perché? Perché "è Nintendo".
Ma la vera domanda è: se oggi accettiamo i 90 euro, dove saremo tra cinque anni? 100 euro per un gioco base? 150 con DLC inclusi? Il problema non è solo il prezzo in sé, ma il messaggio che trasmette al mercato. Accettare oggi una soglia così alta significa spalancare la porta a una deriva ancora più disastrosa.
Per anni il videogioco è stato un passatempo accessibile a molti, ma con questi aumenti si sta lentamente trasformando in un lusso. Certo, esistono le offerte, il mercato dell’usato, le edizioni economiche a distanza di anni. Ma chi vuole giocare alle novità al day-one? Preparatevi a sborsare cifre che fino a qualche anno fa sarebbero state impensabili.
Eppure, c’è chi difende questa tendenza con argomenti ormai logori: «Eh, ma è Nintendo, i suoi giochi valgono di più!». Ma, se iniziamo a ragionare così, allora dovremmo accettare ogni aumentano, ogni rincaro, solo perché dietro c'è un marchio potente, capace di vendere milioni di unità. Non è un po' troppo facile?
E poi, si sente dire: «Tanto fra cinque anni costerà ancora così, almeno mantiene valore!» Ma che significa? Come se fosse una benedizione pagare oggi 90 euro, con la promessa che il gioco non perderà valore. La verità è che non dovremmo accontentarci di un "prezzo che rimane stabile" come fosse un favore.
Perché un gioco, per quanto fantastico, non dovrebbe mai diventare un investimento da mantenere nel tempo, ma un’esperienza che possiamo vivere senza doverci preoccupare che fra cinque anni valga di più o di meno. Non è questa la cultura che ci piace difendere nel mondo dei videogiochi, vero? L'accessibilità, il piacere di giocare, non la speculazione sul prezzo.
E, infine, il classico: «Non ti obbligano a comprarlo, eh!».
Già, nessuno ci punta una pistola alla testa. Ma qui non si tratta di essere obbligati: si tratta di un mercato che si adatta e ci impone sempre di più una realtà in cui i prezzi aumentano senza sosta, e noi, senza fiatare, li accettiamo.
La vera domanda non è se ci obbligano o meno, ma se siamo disposti a consentire che un’intera industria si sposti verso un modello che fa lievitare i costi, limitando le possibilità a chi non può permettersi di spendere cifre da capogiro. Allora, la vera libertà di scelta la abbiamo davvero? O stiamo già giocando la partita secondo le regole degli altri?»
Perché, quando una pratica diventa la norma, il consumatore perde ogni possibilità di scelta. E chi ci assicura che, un domani, anche le altre aziende non decidano di adeguarsi a questa follia?
C’è poi un altro grande spettro che incombe su questa industria: gli abbonamenti. Con il Game Pass che diventa sempre più centrale nell’ecosistema Xbox e PlayStation che spinge il suo Plus con offerte sempre più "allettanti", il rischio è che il gioco in formato fisico diventi sempre meno conveniente.
Chi vuole possedere una copia, invece di "noleggiarla" tramite un servizio, dovrà spendere sempre di più. E nel momento in cui la maggioranza degli utenti si sposterà sugli abbonamenti, chi garantisce che i prezzi di questi ultimi non aumentino a loro volta?
Pensateci: oggi ci scandalizziamo per i 90 euro di Nintendo, ma quanto tempo passerà prima che un abbonamento "premium" ci costi 30 o 40 euro al mese? E senza alternative, dovremo solo accettarlo.
Siamo noi il problema?
Nintendo può permettersi di alzare i prezzi perché il suo pubblico glielo consente. Ogni sua console vende milioni di unità, ogni suo gioco è un successo garantito. Ma chi ha dato a Nintendo questo potere? Noi, i consumatori.
Siamo noi che abbiamo accettato i 70 euro come standard, poi gli 80, e ora i 90. Siamo noi che, davanti a prezzi assurdi, tiriamo fuori la carta di credito senza battere ciglio.
Se ci abituiamo a queste cifre, le aziende continueranno ad alzare l’asticella senza freni. E mentre i ricavi delle multinazionali crescono a dismisura, il giocatore medio deve fare i conti con un hobby sempre più costoso. E se oggi ci sembra già troppo, aspettiamo solo qualche anno (o qualche mese, visto che GTA 6 è previsto a fine 2025).
La verità è che il prezzo dei videogiochi non è solo una questione economica, ma anche culturale. Se accettiamo che 90 euro siano "normali", domani saranno 100, poi 120, e così via. Nintendo sta solo testando i limiti dei suoi fan, e finché le vendite non caleranno, non avrà motivo di fermarsi.
La domanda finale, dunque, che mi e vi pongo, è questa: siamo davvero pronti a vivere in un mondo in cui il videogioco diventa un lusso, riservato a chi può permettersi cifre sempre più esorbitanti? Un lusso come quelli che si riservano per pochi eletti, e non più un semplice intrattenimento alla portata di tutti, che può essere condiviso tra amici o in famiglia senza il timore che il prezzo del biglietto possa farci sentire inadeguati?
Un lusso che, come tanti altri, rischia di escludere le nuove generazioni, di diventare un bene che si può comprare solo dopo aver sacrificato altre necessità più urgenti? Se la risposta a questa domanda è no, allora forse è davvero arrivato il momento di far sentire la nostra voce, di alzare la testa e ribellarci a quella che sembra una deriva inesorabile.
Perché se aspettiamo troppo, se rimandiamo ancora, tra qualche anno ci ritroveremo con un mercato in cui il videogioco è solo per chi può permetterselo, e quello che oggi è un simbolo di cultura e divertimento si trasformerà in un bene elitario. E a quel punto, quando il danno sarà irreparabile, sarà troppo tardi per fare qualsiasi cosa.
Quindi, prima che sia troppo tardi, dobbiamo farci sentire come consumatori di fronte ai publisher, se non vogliamo che i videogiochi diventino solo un ricordo di un tempo in cui il gioco era per tutti.
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